La citazione è dal titolo di un piccolo libro della signora Lenci, che si chiamava proprio così. Dal diminutivo tedesco di Elena Konig Scavini(v. nel riquadro: Breve storia della Signora Lenci), Helenchen poi Lenci, fu creato l'acrostico: 'Ludus Est Nobis Constanter Industria' - cioè: il gioco è la nostra ricerca continua- , un impegno di vita quindi.

E la vita di Lenci è stata esattamente questo: un'ininterrotta ricerca artistica con lo stesso impegno, la serietà assoluta di un bambino che gioca. Non a caso i suoi 'bambini' favoriti sono 'pouty', 'imbronciati', e hanno sguardi 'en coin', sempre di lato. Quegli occhi, quelle espressioni sono carissimi ai collezionisti, ed è ovvio, dato che l'infanzia tutto è tranne l'incanto inventato da adulti.

L'infanzia fuggente, intensa, concentrata nei suoi pensieri come solo chi non sa di esserci, vestita di colori felici, di un'allegria negata dal volto (vedi foto 1 'pouty' in verde giallo arancio del '25, coll. privata), quell'età non sarà più impressa in giocattoli di feltro leggero: il laboratorio di via San Marino è chiuso.

E' una lunga vita, inferiore solo a quella delle tedesche Kathe Kruse e Steiff, produttrici di giocattoli di stoffa dal primo novecento a tutt'oggi. Degli ottantatre anni di Lenci quelli fra le due guerre sono all'insegna del genio artistico della fondatrice, che continua a trasparire nelle repliche successive.

Lenci non fu mai un genio solitario: come nella sua bohéme in Germania lo studio era aperto ad altri artisti, quali Dudovich, Riva, Sturani, Chessa, Vacchetti, Formica, che lì s'incontravano e riempivano album dei loro schizzi.

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